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Campidoglio


da Itinerario istruttivo di Roma antica e moderna – Mariano Vasi – 1816

MONTE CAPITOLINO

Esso è uno de’più rinomati monti di Roma . Anticamente chiamavasi Saturnio perchè Saturno Re degli Aborigeni vi edifico la sua Città: si disse poi monte Tarpeo, dalla vergine Tarpea, che vi fu uccisa da Soldati Sabini: finalmente in tempo di Tarquinio Superbo, nel fare le fondamenta del Tempio di Giove, essendosi trovata una testa umana, un tal avvenimento fu riguardato dagli Auguri per un presagio, che Roma sarebbe divenuta un giorno la Capitale del Mondo; e da ciò, prese il dome di monte Capitolino, dipoi corrottamente detto Campidoglio. Questo è quel famoso monte sopra del quale si ristringeva, come in un centro, tutta la Romana potenza: là si tenevano dai Romani adunanze publiche, e congressi politici; e di là dettavasi la legge a tutto il Mondo. Due sommità eranvi su questo monte; una dalla parte della Chiesa d’Araceli, che si disse Campidoglio; l’altra dalla parte opposta, che riguarda il Tevere, in oggi chiamato monte Caprino; e siccome questa era la più elevata, però fu ridotta in forma di fortezza di Cictadella, e detta la Rocca. Lo spazio che rimaneva fra queste due sommità nominavasi in intermonzio, esso era dove ora è la piazza del Campidoglio. Questo monte era circondato di muraglie, composte di grosse pietre, le quali non cominciavano a pie del monte, ma circondavano solamente le due sommità, e Pintermonzio. Si vede ancora oggi un avanzo di queste mura sotto il palazzo Senatorio, dalla parte della cordonata; ed un’altro, sotto il palazzo Caffarelli, che circondavano la Rocca; ossia la fortezza Capitolina.

Anticamente da tre parti si saliva sul monte Capitolino: una era da quella parte Fipida e scabrosa, che riguarda il Tevere, e la piazza Montanara, di dove per una scala di cento gradini si saliva alla Rupe Tarpea, ch’era verso la Rocca. L’altra salita era quella del Clivo Capitolino, la quale cominciava dalla parte del Foro, verso la Consolazione; al suo imbocco era Parco di Tiberio; essa passava avanti al Tempio della Concordia, ed a quello di Giove Tonante, e portava alla Rocca.

La terza salita aveva il suo principio dall’Arco di Settimio Severo; e por voltando a sinistra, andava a terminare sull’intermonzie. Questa era la via per cui i Trionfanti salivano al Campidoglio. Nella parte Settentrionale dell’intermonzio era l’Asilo stabilito da Romolo; ed it Tempietto di Vejove. Indi Scipione Nasica vi edificò un Portico quadrato, in mezzo a cui fu poi innalzato l’Arco trionfale di Nerone.

Tanti furono i Tempj, ed altri edifici eretti su questo monte, che se si volessero considerare tutti esistenti nel medesimo tempo, impossibile sarebbe di concepire, come potessero aver avuto luogo su questo piccolo colle. Il primo Tempio edificato in Roma, fu quello di Giove Feretrio, eretto sulla Rocca da Romolo in occasione della vittoria ch’ egli riportò sopra i Cenninesi, nella quale avendo ucciso Acrone Re loro, presene le spoglie, come glorioso trofeo, le portò sul Campidoglio, ed avendole dedicate a Giove, il Tempio prese la denominazione di Peretrio, a ferendis spoliis, es sendo stato eretto per portarvi le spoglic da Capitani Romani, tolte ai Capitani nemici.

Sull’altra sommità del Campidoglio, ovi è in oggi la Chiesa d’Araceli , era il celebre Tempio di Giove Capitolino, detto ancora di Giove Ottimo Massimo. Tarquinio Superbo fu quello che lo fece fabbricare per adempire il voto fatto da Tarquinio Prisco suo Zio, in occasione dell’ultima guerra contro i Sabini. Esso fu poi riedificato da Silla, rinnovato da Vespasiano, e finalmente ristaurato da Domiziano. Il circuito di questo Tempio era di 770 piedi, la lunghezza era di 200, e la larghezza di 185. La sua facciata rimaneva dalla parte del Foro, ed era decorato d’un magnifico portico sostenuto da un’ordine triplicato nel davanti, e duplicato ne’ lati . Quantunque il Tempio fosse principalmente dedicato a Giove, nondimeno vi erano tre cappelle, una consacrata a Giunone, l’altra a Minerva, e quella di mezzo a Giove; ad imitazione del Tempio eretto sul Quirinale dal Re Numa, detto poi il vecchio Campidoglio, per distinguerlo dal nuovo, di cui ora parliamo. Questo Tempio era ricchissimo, ed in esso i Trionfanti, avanti di portare le spoglie nemiche in quello di Giove Feretrio, facevano i loro Sacrifici in rendimento di grazie per le ottenute vittorie.

Ov’è ora il palazzo del Senatore, si ritrovava l’Atrio pubblico, il Tabulario e l’Ateneo. Il primo era una gran sala che serviva per le pubbliche assemblee. Il Tabulario era l’archivio pubblico in cui si conservavano quattromila tavole di bronzo, sulle quali erano registrati i Consulti del Senato, i Plebiscici, ed altri atti. l’Ateneo consisteva in un gran salone pubblico, dove s’insegnavano le arti liberali. Nella Rocca era la casa di Romolo, fatta in forma di capanna; la casa di Tazio, Re de’ Sabini, e quella di Maolio, soprannominato Capitolino per aver salvato il Campidoglio da’ Galli, i quali di nottetempo rampicandosi per la Rupe Tarpea, svegliato dalle grida delle oche, che dai Galli erano state spaventate, furono da lui respinti. Eranvi inoltre la Curia Calabra il Tempio di Giunone Moneta, quelli della Fortuna Primogenia, e della Fortuna Privata; quello di Giove Custode, e molti altri, ch’erano tutti dentro, e fuori ornati di statue; e però il Campidoglio si chiamava la sala degli Dei. Ma poi dagl’ incendj, e devastazioni di Roma, tutti li suddetti edificj rimasero distrutti.

CAMPIDOGLIO MODERNO

Esso è affatto diverso dell’antico, presentando allo sguardo non più quella severa, e formidabile maestà, ma dei vaghi, e piacevoli oggetti, che lo rendono uno dei più bei luoghi di Roma. La sua moderna decorazione si deve al Pontefice Paolo III, il quale eresse, col disegno del Bonarroti, le due fabbriche laterali; fece di nuovo la facciata del palazzo Senatorio; aprì la spaziosa strada, che guarda verso il settentrione; e fece fare dal medesimo Michelangelo, la bella scala cordonata, per cui ora vi si ascende. Nel principio delle due balaustrate, che fiancheggiano la suddetta scala, vi sono due belli Lioni di basalte, d’Egiziano lavoro, che gettano acqua dalle fauci, i quali furono qui fatti trasportare da Pio IV, dal la Chiesa di S. Stefano del Cacco, avanti a cui erano situati, ed ove probabilmente saranno stati ritrovati. A sinistra nel salire, vicino al Lione, si vede un tronco di statua di porfido, il cui panneggiamento è assai bello. Nella sommità della medesima cordonata, sono situate, sopra un gran piedestallo, due statue colossali di marmo Greco una rappresentante Castore, e l’altra Polluce, al lato dei loro cavalli, trovate in tempo di Pio IV, in una piccola piazza del Ghetto, le quali Gregorio XIII fece qui trasportare. Vedonsi ai franchi delle suddette statue, due bellissimi Trofei, comunemente conosciuci sotto il nome di Trofei di Mario: quantunque i migliori Antiquarj li credono incalzati in onore della vittoria Dacica di Trajano; ed in verità la loro scultura è del medesimo stile di quella della Colonna Trajana.

Essi nella loro origine furono eretti sul Castello dell’acqua Giulia, da dove Sisto V li fece trasportare in questo luogo. Il medesimo Pontefice vi collocò anche le due statue dei figlj di Costantino, che sono appresso i suddetti Trofei, trovate sul monte Quirinale, nelle Terme di questo Imperatore. Finalmente delle due colonne, che vedonsi sopra la medesima balaustrata, quella verso il palazzo dei Conservatori, è la Milliaria, che col numero 1 indicava il primo miglio della via Appia; l’altra consimile, situata nella parte opposta, fu fatta modernamente per accompagnare la suddetta. La magnifica piazza del Campidoglio, che forma un quadrato perfetto, viene decorata nel mezzo, dalla superba statua equestre di Marco Aurelio di bronzo dorato, che fu trovata sotterra nella piazza di S. Giovanni Laterano, su cui fu eretta da Sisto V; da dove poi Paolo III la fece trasportare su questa piazza, e situare sopra un gran piedistallo d’un sol pezzo di cornicione di marmo, preso dal Foro di Nerva. Questa è l’unica statua equestre, che ci sia rimasta di tutte quelle dell’antica Roma. Michelangelo Bonarroti, sotto la cui direzione fu innalzata, trovando in questa eccellente opera, soprattutto la viva espressione del cavallo, gli diceva: cammina . Tre sono gli edifici che decorano la piazza del Campidoglio: quello che viene di faccia, e il

PALAZZO SENATORIO

Da Bonifacio IX fu eretto questo palazzo in forma di rocca, sopra le rovine dell’antico Tabulario. Il suddetto Bonarroti cominciò ad ornare la facciata d’un ordine Corintio a pilastri; che fu poi terminata coll’istesso disegno da Giacomo della Porta. Si ascende al primo piano per una magnifica scala a due branche, decorata di gran fontana, cui fanno ornamento tre statue antiche. Quella nel mezzo, di marmo Pario, panneggiata di porfido, rappresentante Roma Trionfante, fu rinvenuta nel Tempio di Castore e Polluce, a Cora: delle altre due colossali giacenti, di marmo Greco, una rappresenta il Nilo, e l’altra il Tevere; esse furono trovate sotto il monte Cavallo. Dopo salita la scala si entra subito in magnifico salone, il quale serve al Senatore, ed ai Giudici del Tribunale. Da questo salone si sale al campanile, dove si gode la più bella veduta di tutta la città. Sotto questo palazzo, dalla parte posteriore, incontro al Tempio di Giove Tonante, sonovi diversi archi antichi d’ordine Dorico, i quali credonsi una parte del Portico pubblico, su cui era l’Atrio pubblico, il Tabulario e l’Ateneo, de’ quali di sopra abbiamo fatto menzione.

Passando poi ai palazzi laterali, ambe due d’uniforme architettura del Bonarroti, quello a destra del palazzo Senatorio, contiene il

MUSEO CAPITOLINO

Questo celebre Museo consiste in una ricca raccolta di statue, di busti, di bassirilievi, d’are, di sarcofagi, d’iscrizioni in marmo, e d’altri superbi monumenti della antichità. Clemente XII incominciò questa eccellente collezione, la quale fu successivamente continuata da Benedetto XIV; eppoi da Clemente XIII aumentata fino al punto che ora si ritrova. Un volume appena basterebbe per farne una particolar descrizione; perciò il Lettore si contenterà, che ne accenni soltanto i marmi più singolari. Nel primo ingresso, che è sotto il portico, si vede un cortile, in cui si presenta di prospetto una magnifica fontana, ove entro una gran nicchia, è situata una statua colossale giacente, la quale benché venga detta di Marforio, rappresenta il fiume Reno; stava nel Foro Romano, presso l’Arco di Settimio; e si vuole che prendesse tal denominazione dalla vicina prigione Mamertina, o dal Tempio di Marte, ch’era nel prossimo Foro d’Augusto. A questa statua, ed a quella di Pasquino sono state sempre attribuiti dei discorsi satirici. La medesima fontana è inoltre adornata di due colonne di granito d’Egitto, con i loro pilastri, e capitelli d’ordine Jonico, e di due nicchie laterali, nelle quali sono due bellissime Cariacidi antiche, in forma di Satiri. Più in alto, sulla medesima fontana, vi è un’iscrizione di Clemente XII, e sopra la balaustrata sono collocate quattro statue di Donne Auguste, in figura di Vestali. Sotto l’architrave del portico, che riguarda il suddetto cortile, sono due Idoli Egizj, uno di granito rosso, e l’altro di basalte, con geroglifici dalla parte di dietro, e da un fianco. Dall’altro lato del medesimo portico, si vedono i seguenti marmi: una statua colossale di Minerva, ch’è una delle più belle, che si ritrovano di questa Dea; due statue di Diana, in atto di avere scoccato la freccia dall’arco; un’Amazzone, molto bella; una testa colossale di Cibele, di buon carattere; diversi busti, are, sarcofagi, ed altre statue. Nel fondo del portico, a sinistra dalla parte dell’ingresso, è situata l’urna sepolcrale di marmo, dell’Imperatore Alessandro Severo, e di Giulia Mammea sua madre, dei quali si vedono sopra il coperchio, i ritratti giacenti, in rilievo, di buona scultura. Questo sarcofago è ornato all’intorno di famosi bassirilievi; quello dalla parte anteriore rappresenta la restituzione di Briseide ad Achille, fatta da Agamennone: uno dei due laterali esprime la prigionia di Criseide; l’altro, Achille che va a vendicare la morte di Patroclo: quello dalla parte posteriore rappresenta il riscatto del corpo di Ettore. Passando poi all’altra estremità del portico, dirimpetto alla scala, evvi una statua colossale di Marte, communemente presa per il Re di Pirro. Avanti la finestra si vede una superba colonna d’alabastro Orientale, alta palmi 20, e di 2 palmi ed un terzo di diametro, la quale posa sopra un antico cippo, ornato di bassirilievi. Di qui si passa nella stanza del Canopo, così chiamata, perchè è tutta ripiena di statue Egizie, ritrovate a Tivoli nella Villa Adriana, nel luogo ov’era il Canopo, eretto dall’ Imperatore Adriano. Queste figure sono quasi tutte di basalto, e di nero antico, e rappresentano, Sacerdoti Sacerdotesse, e diverse Deità Egizie, e sono d’una buona maniera, e d’uno stile semplice, proprio carattere di quella Nazione, eccettuatene tre, fatte a limitazionne delle autiche, forse a tempo d’Adriano. Oltre le statue vi è un gran numero di busti, quasi tutti incogniti: un Cinocefalo un Canopo, ed un bellissimo Coccodrillo, situato nel mezzo della stanza.

Uscendo di là, si sale la scala, che con duce alla parte superiore del museo. Si vedono le mura laterali di essa ricoperte di gran tavole di marmo, sulle quali è delineata ripartitamente, la pianta dell’antica Roma: queste furono tolte a tem podi Paolo III, dal Tempio, creduto di Venere, e Roma, contiguo a quello di Remo nel Foro Romano, a cui servirono di pavimento. Nel primo ripiano della scala sonovi due belle statue, dentro le loro nicchie, una di Giunone, e l’altra della Pudicizia. Proseguendosi a salire si giunge al secondo ripiano, ov’è la porta del Museo, ai lati della quale si vede un Leone di marmo bianco, ed un Torso di moltissimo merito. Sopra le mura di questo ripiano sonovi varie iscrizioni sepolcrali; ed in un’arco murato è un musaico antico, e tre piedi colossali, uno de’ quali è di bronzo, ed apparteneva alla statua di Cajo Cestio, che fu trovato vicino alla sua Piramide, a Porta S. Paolo. L’appartamento, in cui si conserva la ricca ed insigne raccolta delle antichità, è composto di sette stanze, e sono detta del Vaso, l’altra dell’Ercole, il Salone, la stanza dei Filosofi, quella degli Imperatori, la Galleria, e la stanza delle Miscellanee. La prima che si presenta è la

STANZA DEL VASO

Le pareti di questa camera sono ricoperte di 122 singolarissime iscrizioni in marmo disposte secondo l’ordine de’ tempi, incominciando da Tiberio fino a Teodosio il Grande. Il bellissimo vaso di marmo bianco, che sta nel mezzo della stanza, è collocato sopra un’antico labro di pozzo, ornato all’intorno di stupendi bassirilievi di Greco lavoro, che rappresentano le dodici Deità. A destra della porta dell’ingresso, sono due sarcofagi, ornati di bassirilievi, rappresentanti Endimione con Diana. Segue una superba statua di Pancraxiaste, lottatore. Evvi appresso un bellissimo sarcofago ornato d’un bassorilievo, che rappresenta le nove Muse: sopra di questo sarcofago sono le teste d’Alessandro, ed Arianna, le quali ànno molto merito. Segue una graziosa figura d’Amore, in atto di spezzare il suo arco. Dopo si vede una bella e graziosa statua della Musa Euterpe. Viene appresso un sarcofago, il cui bassorilievo rappresenta una battaglia delle Amazzoni; e dopo, un’altro sarcofago con bassorilievo esprimente la brevità della vita umana Sonovi finalmente due superbe are, ornate di bassirilievi; in uno è rappresentato Giove bambino, allattato dalla Capra Amaltea; l’altro, le forze d’Ercole; oltre diversi cippi, e due colonne di raro marmo. Segue la

STANZA DELL’ERCOLE

Anche sulle pareti di questa stanza sonovi moltissime interessanti iscrizioni disposte con ordine cronologico, e tre bellissimi bassirilievi. Nel mezzo della medesima stanza è situata una statua d’eccellente scultura, rappresentante una Donna sedente, che sembra Agrippina, moglie di Germanico. La prima statua a destra dell’ingresso, è di un bel Fauno; segue il celebre Antinoo, trovato nella villa Adriana di Tivoli. Vedesi appresso una statua d’Ercole fanciullo; una Vecchia baccante ubbriaca, che tiene fra le ginocchia un vaso circondato di pampini; un Fanciullo, che si copre la faccia colla maschera d’un barbuto Silvano; un’altro Fanciullo, che giuoca con un’oca. In mezzo de’ suddetti Fanciulli, è la statua d’Ercole, che col tizzone in mano brucia la testa all’Idra Lernea. Segue una bella Psiche colle ali di farfalla; un superbo gruppo di due figure, credute Venere, e Marte; ed una bellissima statua rappresentante un Cacciatore con un’ albero accanto, ed un Lepre in mano: nel suo piantato leggesi, Politymus Lib. Viene dopo un gruppo di due figure, che si abbracciano, molto espressive ed eleganti, le quali rappresentano Amore, e Psiche. Trovansi inoltre due Fauni; e fra le Are ve ne sono tre molto belle, una dedicata ai Venti, l’altra a Nettuno, e la terza alla Calma. Di qui si passa nel

SALONE

Esso può veramente chiamarsi d’incomparabile magnificenza. Le pareti sono adornate di pilastri, di stucchi, e di 36 busti di marmo, poste sopra mensole. Nel mezzo di questa gran sala sono collocate tre statue molto singolari, e due superbi Centauri. La prima di queste, che sta vicino all’ingresso, é d’un Gladiatore, il quale nell’atto di cadere, sembra, che tenti ancora di difendersi. L’altra, ch’è situata fra i due Centauri, rappresenta Antinoo sotto la figura d’un Sacerdote Egizio, trovata nella villa Adriana. L’ultima, rappresenta un soggetto Greco, communemente chiamato il Gladiatore moribondo; è questa statua tanto eccellente per la sua struttura, e naturale espressione, che fa stupore agl’intendenti delle belle arti. I due Centauri poi di marmo bigio col nome dell’artista, conosciuti per i Centauri di Furieti, perchè furono trovati dal Cardinal Furietti nella villa Adriana, sono opere Greche, veramente singolari nel loro genere.

Tra le statue, che circondano questa sala si distingue una piccola figura d’Arpocrate; una Musa con tre piume di Sirene sulla testa; una statua creduta la Dea della Clemenza, che nella destra tiene una patera, ed un’ asta nella sinistra; una Pallade; un’ Ecuba piangente per vedere immolare Pollissena, sua figlia; un’Apollo; un’Eroe, creduto Tolomeo; un’Iside col sistro; una figura della Pudicizia; un M. Aurelio in abito da guerriero; un’Adriano in figura di Marte nudo, col casco in testa, e collo scudo sotto il braccio; un’Antinoo; una bella Cerere; una statua d’Augusto deificato; una bella Minerva; una superba figura creduta di C. Mario; sopra un gran piedestallo, è una Giunone, la cui aria è nobile, ed il panneggio superbo; appresso è un Fauno: una Sacerdotessa Isiaca; una musa; una Diana cacciatrice; un’Amazzone ferita; un’altra Amazzone; un Fauno; una Leda; una bella Venere; finalmente un’ Igia, col serpente intorno al braccio destro, e la patera nella sinistra, Sonovi inoltre due tavole di musaico antico, cavate da un pavimento della villa Adriana a Tivoli, Segue la

STANZA DE’ FILOSOFI

Le sue pareti sono adorne di preziosi bassirilievi, tra i quali è singolarissimo quello, che rappresenta tre Donne, seguite da un Faunetto nudo, sotto cui è inciso il nome di Callimaco, che si crede esser quello lodato da Plinio. All’intorno di questa camera sono situati, sopra una doppia gradinata, 102 busti, ed erme di Filosofi, Poeti, Oratori, e d’altri Uomini illustri. Quei di Pittagora, di Pindaro, di Cicerone, di Socrate, d’Aristide, d’Aristofane, di Demostene, e l’erma di Omero, sono i più stimati. Nel mezzo di questa stanza s’ammira un’erma doppia coi ritratti di Epicuro, e di Metrodoro suo discepolo, i nomi dei quali vi sono incisi in Greco. Sopra una gran base sono situate due belle statue, una di Donna, e l’altra d’ un giovane, che stanno in atto di cadere, i quali credonsi essere i figli di Niobe fulminati da Diana, e da Apollo. Finalmente è degna d’osservazione la celebre statua di Zenone, capo degli Stoici, situata nel fondo della Camera, incontro la finestra. Viene appresso la

STANZA DEGLI’IMPERATORI

Essa è adornata nelle sue pareti di bassirilievi, fra’ quali si distingue quello, che rappresenta Andromeda, e Perseo; e l’altro, Endimione. In due bicchie sono collocati, il celebre busto di Giove, detto il Giove della Valle, perchè prima stava nel palazzo di questa Famiglia; ed una testa quasi colossale di Marco Agrippa. Contiene questa camera una ricca serie di 85 busti d’Imperatori, di Donne Auguste, e di Principi delle loro Famiglie, disposti per ordine cronologico, sopra due gradini. Fra questi sono degni di particolare osservazione, i busti di Faustina, di Tiberio, di Druso suo fratello, a cui d’appresso è situata una bella testa d’Antonina sua moglie; due busti di Caligola, uno dei quali è eccellentemente scolpito. in basalte; quello di Poppea, seconda moglie di Nerone, ch’è singolarissimo sopra tutti gli altri, per essere d’un solo pezzo di marmo paonazzetto, che con bello scherzo è bianco nel luogo della testa, a guisa di cammeo; il busto di Vespasiano; la testa di Giulia, ch’è d’un perfetto lavoro, come ancora il busto di Doinizia Longina, moglie di Domiziano; i quattro busti di Marco Aurelio, due dei quali ce lo rappresentano giovinetto, e due in età provetta, tutti d’eccellente scalpello; il busto di Lucilla, ch’è uno dei più belli, e rari di questo Museo; come ancora quello di Commodo, ch’è d’eccellente lavoro, e raro assai, perchè quasi tutte demolite furono per ordine del Senato le Statue di questo mostro di crudeltà. Nel mezzo di questa stanza è situata una Venere, il cui atteggiamento è simile a quella, ch’era in Firenze, L’Ercole giovane di basalte, che sta fralle due finestre, è bellissimo; esso fu trovato alle falde del monte Aventino, ove era un Tempio a lui dedicato. La statua che gli sta dirimpetto, rappresenta una Donna, che per avere in testa, e nelle mani dei fiori, viene giudicata una Flora, benchè sembri piuttosto Sabina, moglie di Adriano, nella cui villa fu ritrovata. Segue la

GALLERIA

Ella è decorata nelle sue pareti di 187 iscrizioni lapidarie, appartenenti al Colombario de’ Liberti di Livia Augusta, scoperto nel 1726, nella via Appia, poco più in sù dalla Basilica di S. Sebastiano. Contiene questa magnifica galleria diverse statue, busti, sarcofagi, cippi, are, e vasi cinerarj, fra’ quali ve n’è uno superbo di forma ottagona, tutto ornato di figurine. Ai lati delſ ingresso sonovi due belle statue di marmo nero, uno rappresentante Giove col fulmine in mano; l’altra Esculapio col Serpe aviticchiato ad un’albero. Segue una statua di Giulia moglie di Tito; una Diana Lucifera; un’Augusto sedente; un Bacco con una pantera ai piedi; una Minerva; un’Iside ed un’Apollo Lirico. Si vedono inoltre due belle teste colossali, una di Trajano, e l’altra di Antonino Pio; una graziosa figura di Pallade; una di Cerere; una Venere uscita dal bagno; ed un sarcofago, situato avanti la finestra, ornato di bassorilievo esprimente Nereidi; ed una Agrippina sedente, con Nerone bambino sulle braccia. Finalmente si trova la

STANZA DELLE MISCELLANEE

L’ultima stanza di questo Museo è detta comunemente delle Miscellanee, per chè contiene 90 teste, e busti, che non formano serie; fra i quali sono degni d’osservazione, quello d’un Giovane incognito una testa di Giove Ammone, ed una di Bacco. Verso il fondo della stanza si vede situata sopra d’un’ara, una bellissima statua di rosso antico , rappresentante un Fauno, che ride, il quale tiene alcuni grappoli d’uva colla destra, ed a una capra ai piedi: Evvi appresso un grazioso gruppo di tre piccole figure in bronzo, nel quale si vede Ecate sotto le sue tre diverse forme, ed è collocato sopra un piedestallo di porfido. Segue una statua d’Alessandro Magno; ed una di Diana Efesina. Si osserva inoltre un bel vaso di bronzo dell’altezza di tre palmi, il quale dalla sua iscrizione, mostra, che apparteneva a Mitridate. Le pareti di questa camera sono coperte di 152 iscrizioni sepolcrali, d’un bel bassorilievo, e d’un musaico, di cui parla Plinio, rappresentante quattro Colombe, che stanno posate sopra un’orlo d’una tazza, che per essere stato trovato dal Cardinal Furietti nella villa Adriana, è conosciuto sotto il nome di Colombe di Furietti. Passiamo ora all’altro edificio incontro, ch’è il

PALAZZO DEI CONSERVATORI

Sotto il portico, che guarda il cortile, a destra è una statua di Giulio Cesare, ed a sinistra, una d’Augusto. All’intorno del cortile sonovi diversi pezzi di statue colossali, cioè una mano, ed una testa di bronzo, rappresentante Commodo; un’altra testa più grande di marmo, di Domiziano; due smisurati piedi, ed una gran mano corrispondente ai medesimi, situati sopra piedestalli; ed un pezzo di coscia, ed un calcagno per terra, creduti avanzi del gran colosso d’Apollo, alto 58 palmi, che Lucullo fece trasportare dal Ponto. Si vede inoltre un superbo gruppo in marmo di Greco lavoro, rappresentante un Leone in atto di sbranare un cavallo. Nel fondo del medesimo cortile, dentro un portico, chiuso da cancelli di ferro, è situata nel mezzo, una bella figura di Roma trionfante, nel cui piedestallo è scolpita a bassorilievo una Provincia soggiogata, che si crede la Dacia. Ai lati di questa statua sonovi due Re prigionieri di marmo bigio, di singolar lavoro; e due Idoli Egizj di granito Orientale. Incontro al primo capo di scala vedesi incastrata sul muro, una copia in marmo bianco della famosa Colonna Rostrata, che fu eretta in onore di C. Duilio Console, essendo egli stato il primo a ricevere il Trionfo Navale, per aver riportato la vittoria contro i Cartaginesi, nell’anno di Roma 492. L’originale era ornato di rostri di metallo, tolti nella guerra suddetta alle navi nemiche. Al di sotto evvi un frammento dell’antica iscrizione.

Nel primo ripiano della medesima scala si veggono dentro due picchie, le statue di Urania, e di Talia; e nelle mura del cortile pensile sono incastrati quattro superbi bassirilievi, i quali anno per oggetto M. Aurelio: nel primo egli fa un Sacrificio innanzi al Tempio di Giove Capitolino; nell’altro si vede in trionfo il medesimo Imperatore; nel terzo è rappresentato a cavallo col Pretore a sinistra, il quale gli domanda la pace per i Germani, che stanno ginocchioni: e nel quarto, quando Roma gli porge il dominio del Mondo. Questi bassirilievi furono levati dalla Chiesa di S. Luca, dove anticamente si ritrovavano; e non già appartenevano all’Arco di Marco Aurelio, che stava sulla strada del Corso, come erroneamente asseriscono diversi Scrittori. Si sa che il detto Arco non ne aveva che quattro soli, de’ quali tre se ne conoscono, due sono nel secondo ripiano di questa medesima scala, e uno sopra la porta del palazzo Orsini a monte Savelli: dunque senza errore non si può asserire può asserire, che i suddetti ancora gli appartenessero. Continuando a salire la scala, vedesi a sinistra, incastrato nel muro della scala medesima, un bel bassorilievo, rappresentante Mezio Curzio il Sabino a cavallo, in atto di traversare un luogo paludoso, ch’era nel Foro Romano, in un combattimento fra Tazio, e Romolo.

Nel seguente ripiano veggonsi incassati nel muro i suddetti due bassirilievi, in uno de’quali è rappresentato M. Aurelio in piedi sopra il suggetto, in atto di leggere le suppliche del Popolo; nell’altro si vede M. Aurelio sedente, il Rogo, che arde, e Faustina giuniore, seduta sopra Diana Lucifera alata, da cui è portata al Cielo. Entrasi poscia nella gran sala, detta del Cavalier d’Arpino, per avervi il medesimo espresso i primi fatti dell’Istoria Romana, che sono, Romolo, e Remo, ritrovati da Faustolo pastore, a piè del monte Palatino, sotto il Fico Ruminale; Romolo, che guida l’aratro per segnare col solco il circuito di Roma; il Ratto delle Sabine; il Sagrifizio di Numa colle Vestali: il fiero combattimento seguito tra i Romani, e i Vejenti; quello tra Tullo Oscilio e Muzio Suffezio; e la pugna de’ tre Orazj con i Curiazj. Nel fondo di questo salone è situato, sopra un piedestallo, il famoso Ercole in bronzo dorato, rinvenuto nel Foro Boario, nel luogo medesimo, ov’era l’Ara Massima.

Si passa poi nella prima stanza, in cui Tommaso Laureti, continuando la storia Romana, a dipinto a fresco Muzio Scevola, che si brucia la mano destra, in presenza del Re Porsenna, per avere in fallo ucciso il di lui Segretario: Bruto inimico de Tarquini, che condanna á morte i suoi due figli per la congiura da essi macchinata contro la Repubblica: Orazio Coclite, che sul ponte Sublicio rispinse solo tutto l’esercito degli Etruschi; e l’atroce battaglia, colla quale fu scacciato da Roma Tarquinio Superbo coi suoi aderenti. Compiscono l’adornamento di questa stanza molti busti , e teste antiche , e diverse statue di valorosi Generali delle truppe Pontificie, cioè Marc’Antonio Colonna, Tommaso Rospigliosi, Francesco Aldobrandini, Alessandro Farnese, e Carlo Barberini. Fra i busti distinguesi quello in bronzo di Michel’Angelo Bonarroti, ch’è d’una perfetta somiglianza. La seconda stanza è decorata d’un bel fregio, dipinto da Daniello da Volterra, che vi à rappresentato il Trionfo di Mario Console, dopo la disfatta dei Cimbri. Nel mezzo di questa camera evvi la Lupa di bronzo, che allatta Romolo, e Remo, la quale era situata nel Tempio di Romolo in oggi Chiesa di S. Teodoro; e credesi esser quella medesima, che nel giorno del la morte di Giulio Cesare, fu percossa da un fulmine nei piedi di dietro; ed è probabile, vedendosene manifestamente i segni. Vi è inoltre una superba figura in bronzo di Marzio pastore, che sta in atto di cavarsi una spina dal piede; un bel busto di Bruto, primo Console Romano; una bellissima statua in bronzo d’uno dei dodici Camilli, o sia di quei Servi, che salvarono Roma dall’incendio in tempo di Republica; tre busti nelle loro nicchie; una mezza figura di Apollo; un busto di Proserpina; uno di Diana; e due altri di Giulio Cesare, e d’Adriano.

Nella terza stanza si vedono incastrati delle pareti diversi frammenti di marmo, su cui sono scritti i Fasti Consolari fino al tempo d’Augusto, trovati nel Foro Romano, presso la Chiesa di S. Maria Liberatrice; e che erano situati nel Comizio, o nella Curia Ostilia. Sonovi inoltre due lunghe iscrizioni moderne, una in memoria delle vittorie riportate da Marco Antonio Colonna e l’altra per eternare quelle di Alessandro Farnese. Evvi sopra la porta una bella testa in bassorilievo di Mitridate, Re di Ponto. Nella seguente camera adornata di un fregio, in cui sono espressi diversi giuochi Olimpici, trovansi due superbe ceste, una di Scipione Affricano, ed una di Filippo, Re di Macedonia; un busto d’Appio Claudio; un ritratto del Bonarroti scolpito da se medesimo; uno di Marco Aurelio; una bella testa di Medusa; altri marmi antichi, e due oche di bronzo, che alcuni credono esser quelle fatte in memoria d’aver esse per le loro grida, salvato il Campidoglio da’ Galli, che di notte tempo tentavano di salire sulla Rocca.

Segue poi la camera degli arazzi, in cui Annibale Caracci à espresso nel fregio, le azioni militari di Scipione Affricano. Ai quattro angoli di questa camera sono collocati, sopra i loro piedistalli, quattro bellissimi busti, uno di Saffo, uno di Socrate, uno di Arianna, e uno di Poppea, seconda moglie di Nerone. La penultima stanza contiene le statue di Virgilio, di Cicerone, della Dea del Silenzio, di Cibele, e di Cerere. Le pitture a fresco di questa stanza sono di Pietro Perugino, che vi à rappresentato varj fatti d’Istoria Romana. Contigua alla suddetta stanza è la Cappella , adornata di varie buone pitture, fra le quali ve n’è una sul muro, opera di Pietro Perugino. Uscendo da questo appartamento si trovano di passaggio nel medesimo piano, due sale, le cui pareti sono tutte ricoperte di lastre di marmo, sopra le quali sono scritti i Fasti Consolari moderni. Passando di là in una specie di piccolo cortile, si trova la

GALLERIA DEI QUADRI DEL CAMPIDOGLIO

Il Pontefice Benedetto XIV, eresse questa magnifica galleria, consistente in due grandissimi saloni ripieni da capo a fondo di quadri, che acquistò, da varie parti, specialmente dalle Case Sacchetti, e Pio di Carpi. Nel primo salone, che viene in contro subito salita la scala, sono degni di particolare osservazione, nella prima facciata, a destra nell’entrare, un quadro, che rappresenta un’Anima beata, di Guido Reni; il Trionfo della Dea Flora, di Niccolò Pussino; una S. Cecilia, di Lodovico Caracci; il Ratto delle Sabine, di Pietro da Cortona; Romolo e Remo allattati dalla Lupa, gran quadio di Rubens; un S. Giovanni Battista, in mezza figura, del Guercino; una Madalena, di Guido; e la Madonna, che adora il Bambino, di Pietro da Cortona. Nella seconda facciata meritano d’essere considerati fra gli altri, i seguenti quadri: Arianna e Bacco nell’isola di Creta, gran quadro di Guido; una bellissima miniatura , rappresentante il Convito del Signore in casa del Fariseo, di Madama Tibaldi Subleyras, copia di un quadro del di lei marito; una Sagra Famiglia, d’Agostino Caracci; un bozzetto di Annibale Caracci del quadro della Certosa di Bologna; una Santa, del Domenichino; una bella Madalena, dell’Albano; un’altra Madalena, del Tintoretto; la Sibilla Persica, del Guercino; una S. Elena, di Paolo Veronese; un quadretto di due Ragazzi, d’Annibale Caracci; un quadretto di S. Cecilia, di Lodovico Caracci; ed un bel Ritratto di Donna, del Bronzino.

Fra i quadri della terza facciata, i più pregievoli sono, una figura di Donna rappresentante la Vanità, di Tiziano; un San Francesco, creduto del Bronzino; un San Francesco, di Lodovico Caracci; un Ritratto di Diego Velasques, dipinto di propria mano; un gran quadro, che rappre senta la Vendita di Giuseppe Ebreo, di Pietro Testa; un Ritratto di Guido, fatto da se medesimo mentre era giovane; due Battaglie, del Borgognone; due abbozzi, di Guido; uno rappresentante Cleopatra e l’altro Lucrezia; una Madalena, d’Annibale Caracci; ed un Cristo morto, di Lodovico Caracci; ed una Madonna con Angioli, di Paolo Veronese. Nella quarta facciata, che rimane sopra la porta, sono da osservarsi, un bel Paese, del Domenichino; una Madalena con paese, d’Annibale Caracci; due mezze figure , abbozzi di Guido; una Sacra Famiglia, del Giorgione; Circe ed Ulisse, d’Elisabetta Sirani; e due quadri in chiaroscuro, di Polidoro da Caravaggio. Passando poi alla seconda galleria, nel la prima facciata a destra, è un bel Parmigianino, che rappresenta la Sacra Famiglia; altro quadro parimente di Sacra Famiglia, di Lodovico Caracci; un S. Matteo, del Guercino; Amore e Psiche, di Benedetto Luti; l’Adultera, di Gaudenzio da Ferrara; un S. Gio Battista, del Caravaggio; il Battesimo di N. Signore, del Tintoretto; tre Paesi, del Domenichino; la Probatica Piscina, del medesimo; un Ritratto di Michelangelo Bonarroti, dipinto da se medesimo; un S. Gio Battista, del Caracci; e tre vedute di Roma a tempera, di Gaspare Vanvitelli. Nella seconda facciata non vi è altro di particolare, che la Disfatta di Dario, di Pietro da Cortona; e il Ratto d’Europa, di Paolo Veronese.

Nella seguente facciata è da osservarsi un’Amorino, di Guido; una Sibilla, del Domenichino; una Zingara, di Michelangelo da Caravaggio; un S. Francesco, di Lodovico Caracci; una piccola Madonna col Bambino, dell’Albano; altro quadretto con Madonna, Bambino, e S. Francesco, del Caracci; un Ritratto di Giovan Belli fatto da se medesimo; un gran quadro, rappresentante Cleopatra avanti Ottaviano, del Guercino; un Giovane nudo, di Michelangelo da Caravaggio; due quadri, uno di Guida, e l’altro di Lodovico Caracci rappresentanti ambedue San Sebastiano; il Bambino con S. Giovannino abozzo di Guido; un S. Girolamo, d’Agostino Caracci; e la Madonna col Bambino, di Pietro Perugino. Nella quarta, ed ultima facciata distin guonsi fra gli altri quadri, un Paese, che rappresenta le mine d’alume di rocca, di Pietro da Cortona; un S. Gio Battista, del Guercino; un gran quadro rappresentante la SSma Annunziata, dello Scarsellino da Ferrara; la Galatea di Raffaello, copiata da Pietro da Cortona; tre sotto in sù, di Paolo Veronese; e un gran quadro del Bassano, che rappresenta la Fucina di Vulcano. Nella parte posteriore di questo palazzo antichissime, di straordinaria grossezza, composte di peperino, le quali formavano una parte delle fortificazioni della famosissima Rocca Capitolina. Si sa ch’essa rimaneva vicino al Sasso Carmentale, ossia Rupe Tarpea, sulla quale leggesi aver provato i Garii d’ascendere per sorprendere la Rocca; e che riguardava il Foro Olitorio, in oggi la piazza Montanara. Si disse Rupe Tarpea, dalla Vergine Tarpea, che vi fu uccisa dai Soldati di Tito Tazio, dopo averli fatti entrare da questa parte nella Rocca, in occasione della guerra dei Sabini, seguita dopo il rapimento delle loro Donne. Vedesi anche in oggi questa Rupe, la quale è 80 palmi alta; e da dove venivano precipitati i colpevoli di gran delitii. Da questa parte rimaneva la scala di cento gradi, da cui parimente gettavansi i colpevoli, in ispecie i traditori della Patria.


da Libri quattro dell’antichità della Citta di Roma – Bernardo Gamucci – 1565

IL CAMPIDOGLIO, come raccontano gli scrittori, prima che fusse dal Vulgo stata corrotta la sua propria voce era chiamato il Colle Capitolino, che per esser stata ritrovata in questo nel cavare i fondamenti del tempio di Giove ottimo massimo, una testa humana, si crede che fusse detto Colle Capitolino. Il medeſimo vogliono alcuni, che fra molti nomi, che egli per diversi accidenti s’havea acquistato, si chiamasse il Colle Saturnio, per cagione della Citta, che Saturno prima che Romulo haveva appresso edificata è opinione ancora, che dagli antichi il Campidoglio si domandasse il colle Tarpeo pesser stata occisa sopra da i soldati di Tito Tatio Re de Sabini Tarpeia Vergine Vestale, la cui morte ancor ne tempi nostri si crede, che quella parte del colle la quale riguarda il Foro olitorio hoggi detto la piazza montanara, si chiami la rupe,  o salto Tarpeo; dalla sommita del quale erano precipitati tutti quelli, che per sententia si giudicavano degni della morte. Et li crede che questa medesima rupe, o balza che ci vogliamo dire fusse dove habitò Carmenta madre d’Euandro. Il qual colle nell’accrescimento della citta essendo restato come umbilico di quela, Tarquino Prisco l’elesse, & ordinò per conservamento delle cose sacre; havendolo d’ogn’intorno cinto di mura, & adorno di piu bella opera, & meglio intesa; accioche non paresse al tutto indegno dell’habitatione delli Dei, & della pompa, & grandezza de Trionfi: come presago, che da tutte le parti del mondo vi s’havevano da condurre. Adornollo ancora non poco Tarquino Superbo, havendovi speso tutto il tesoro, che egli cavò delle spoglie, & di Pometia città de Sabini saccheggiata da le sue forze. Nondimeno sono stati ruinati hor pe cagione delle guerre, & hora pegli incendij gli edificij piu famosi del Cãpidoglio, & sempre sono stati rinnovati hor da qfto horda quel Principe, che si ritrovava haver maggior autorità nella città. Onde si legge negli antichi, & approvati scrittori, che guerreggiando insieme Mario, & Silla, il Campidoglio abbruciò quasi tutto, & Silla lo restaurò, essendo stato prima da Catulo consacrato. Arse ancora regnando Vitellio Imp.Et Vespasiano mosso da religione & pietà inverso la patria lo rinnovo, non havendo a sdegno di sceglier con le proprie mani quei sassi, che dovevana servire al preparámento di quell’opera; accioche il populo Romano con piu sollecitudine delle intero compimento a si religiosa impresa. Et non prima gli hebbe dato il suo ultimo fine, che di nuouo si dice, che per unaltra ársione Domitiano lo restaurò, & adornò di tutti quelli edificij, che per la religione, & faccende publiche vi si ricercavano; havendoli ripieni di tutti quelli ornamenti, che all’ordine, alla grandezza, & dignità loro ai ricercava. Tra i quali si dice, che le atatue di finiaaimo oro erano havute per coaa di minor prezzo, riapetto alla gran ricchezza delle colonne, & mura ripiene di pretiosissime pietre, & pavimenti di smalto, & musaico ; con porte di bronzo fatte con mirabile artificio; parte de quali ornamenti, che a cosi fatta fabrica si ritrovavano erano condotti dall’Egitto, & d’altre lontane parti del mondo; & fra questi è opinione che fussero quelle belle tegole di bronzo indorate con le quali Papa Florio ricoperse la Chiesa di San Pietro. Perilche è da credere, che Roma in quella età non hauesse opere, nè per artificio, nè per ricchezza piu belle di quelle del Campidoglio; accioche agevolmente li ingegni humani restassero vinti nel considerare la grandezza de tanti ornamenti, che da tutte le parti del mondo v’erano stati portati, come per certo segno delle loro gloriose vittorie. Il qual colle del Campidoglio essendo di risevata grādezza, fra le molte strade, che andavano alla sua sommita, nó ven’ haveva alcuna, nè piu bella, nè piu riguardevole di quella via detta Trionfale, per quale passavano i Consoli vincitori con la pompa de lor superbi Trionfia & quella veniva dalla parte, che riguarda San Giorgio in Velabro. L’altre strade che guidavano al campidoglio, passavano per il Foro Romano, & dall’arco di Settimio, & riguardavano tutto quel piano dove hoggi la nuova citta si vede essere in quel luogo piu che in altra parte habitata. La rocca del Campidoglio essendo stata fondata sopra la rupe Tarpea, veniva inverso il Foro olitorio, da quella banda dove si vede il раlazzo degli antichi Savelli; se bene ci sono alcuni, che credono, che quella piu tosto soprastessi al Foro Romano.Et perche non è rimasto pur un minimo segnale delle sue antiche rouine starei in dubio che il Campidoglio hauesse havuto la rocca, se io non prestasse fede a Tito Livio che racconta come Manilio la difese contro i Galli Senoni; il quale perche cercò d’impadronirsene fu precipitato dal sasso Tarpeio. Er per tal ca gione fu per publico decreto a tutti i cittadini Romani prohibito di poter habitare il Campidoglio. Havendo Manilio commesso un’ tanto errore, d’esser doventato traditore della sua patria meritò ancora che gli fussero confiscati cutti i beni, & rovinata la casa dove egli habitava; Et di quelle rovine si dice, che Camillo edificò un Tempio a Giunone Moneta havendone fatto voto, se riportava la vittoria degli Arunci; & quello si crede, che fusse, dove a’ tempi nostri hanno il giardino li Signo riconservatori di Roma: & appresso al detto Tempio era la Zecca, prima che quella fusse transmutata nel Foro Romano, dal Tempio di Saturno. Habitò ancora prima che Manilio Tito Tatio Re de Sabini insie me con Romulo nella detta Rocca del Campidoglio, nella quale si confervano le oche sacre con le spese del publico, per haver quelle con lo stridere deste le guardie Romane addormentate; le quali difesero la rocca dalle forze de Galli Senoni, che occultamente l’andavano ad assalire; onde in memoria di questo fatto il Senato Romano fece in quel luogo fabricare un’oca d’argento. Era dall’altra parte del Campidoglio il Tempio di Giove Feretrio edificato da Romulo, per cagione della riportata vittoria de Ceninesi, havendo amazzato Acrone loro Capitano, & riportatone sopra un bastone l’opime spoglie, & quelle havédo appiccate a guisa di Trofeo sopra d’una antica quercia, le consacrò in quel luogo, dove da lui dappoi fu edificato il detto Tempio; & questo fu il primo che mai fusse consecrato in Roma; & fu detto Feretrio, per haver Romulo ferendo morto il nimico. Il qual Tempio essendo stato dappoi accresciuto da Anco Martio, Cesare per mantenere perpetua la memoria di Romulo l’adornò in molte parti, & con quell’opera lo difese in modo, che si confermò nel proprio esser suo sino al tempo di San Gregorio Papa, il quale havédolo rivolto alla verà nostra religione Christiana, a honore della Vergine chiamò quello santa Maria Araceli; & essendo stato fatto Chiesa, ancor che per l’antichità la douesse haver consumato parte dell’ornamento, nondimeno si vede intera, & in particulare molto bella per i due ordini di colonne che vi sono, & per il risedimento del suo sito, per il quale ella eccede a tutte l’altre; & per la grandezza & proportione sua; in una delle quali colonne si leggono queste lettere a A CVBICVLO AVGVSTORVM. E uscendo per la porta, che risponde nella piazza del Campidoglio, ſi trovano sopra le sponde delle sue scale tre statue dell’Imperator Constantino, & insieme uno obelisco non molto grande. Il Tempio di Gioue Ott. Max. edificato da Tarquino Superbo, era daila parte del Campidoglio, che riguarda la piazza Montanara, & questo haveva consecrato prima Tarquino Prisco a Giove Capitolino; ancor che molti credano, che il medesimo consacrasse M. Oratio, & Valerio Pub.Conss.nel tempo, che il detto Tarquino fu discacciato di Roma per la violenza che egli usò a Lucretia, per il qual accidente non si pote ritrovar alla detta consacratione, něveder finita quella opera, che egli con tanta grandezza d’animo & spesa veramente Reale, haveva quasi condotta all’ultimo suo fine. Et era il detto Tempio di Giove con debita proportione compartito & adorno, con colonne che per la materia & artificio erano in quei tempi reputate rare. Nell’opposita parte della sua entrata si vedevano risedere tre artificiose cappelle, nelle quali stavano con grād ‘ornamento & gratia i tre simulacri di Giove, Minerva, & Giunone, i quali erano stati fatti per mano di eccellentissimi artefici. Et sopra della base, che è a’ piedi della statua di Giunone; si vedea un cane di bronzo con maestrevole attitudine, che ai leccava una ferita. In questo Tempio erano ancora molte altre statue di Giove della Vittoria & altri Iddei, portatevi da Preneste , & da Claudio Imperatore, & molte corone d’oro postevi dagli Ambasciadori di Panfilia & di Cartagine. Et frá la detta Cappella di Giove & quella di Minerva appresso a gli Dei Nizzij ſi vedeva il rapimento di Proserpina, fatto da Nicomaco famoso pittore, nel qual luogo il Sacerdote Romano ogn’anno ficcava il chiodo annale, accio con quello intendimento (non essendo in uso le lettere universalmente) s’interpretassero il numero degli anni correnti; questa eccellentia s’attribuiva à Minerva, per essere lei sola inventrice di tutte le buone arti. Stavano in questo Tempio ancora conservati in una stanza sottoterra i libri sibillini, comperati da Tarquino Superbo, i quali erano custoditi in una urna di marmo, & guardati da quindici huomini; nè era lecito d’aprirli, se non per qualche grave & soprastante pericolo della città; & insieme ci si conservavano sotto la custodia degli Edili tutti gli accordi de Cartaginesi & de Romani, i quali erano scritti in tavolette di bronzo. Raccontano gli scrittori di questa antichità, che volendo Tarquino levar via tutti i Tépij degli altri Dei che l’impedivano, a dar maggior grandezza a questo di Giove, & havendo per via degli Auguri domandato se quelli i quali erano consacrati volevano acconsentire di concederli libero il luogo; dicono che tutti gli altri fuoriche Marte, lo Dio Termine, & la Gioventù se ne contentarono; il che presero per buono augurio; perche questi volendo rimanere ne luoghi loro, pronosticarono gli auguri, che; per cagion di Marte l’Imperio Romano li dovea andare allargando con il mezo dell’arme piu d’ogn’altro del mondo  per il Dio Termine che quello dovea haver perpetua stabilita &: fermezza; & per la Gioventù, che stando in una altissima felicita, quella non dovea mai venir meno. Ma ne tempi nostri s’è dimostrato benissimo al mondo quanto si dovesse credere alle false promesse di quei bugiardi Idoli; havéndo noi veduto il fine di quella stabilezza, che si doveva con tante promesse conservare eterna. Perche questo Tempio non andò molto innanzi, che regnando Vitellio Imperatore fu con tutti gli altri edificij, che v’erà noappresso consumato dalle fiamme; & questo si crede, che füsse alle radici del Campidoglio, dove hora si vede la Chiesa di San Salvador in Massimi, appresso al quale haveva la Fede il suo Tempio, & in quello era una statua molto bella d’un Vecchio, che insegnaua a sonare la lira a un fanciullo. Era ancora nel Campidoglio il Tempio di Giove custode edificato & consacrato da Domitiano Imperatore dove é hora il palazzo de conservatori; & quello di Veivone havuto in grandissimo honore dai Romani, perche non fusse loro nociuto (essendo Veiuque detto dal nuocere, cosi come Giove era detto dal Giovare) la statua del quale Dio era a somiglianza di quella d’Apollo formata con l’arco, & con le saette in mano a ģíto haveano in cónsuetudine i Romani di porgere nel sacrificio una Capra. Il qual Tempio vogliono che fusse, dove hora è la piazza del Cápidoglio. l’Asilo luogo sacro era nel mezo tra la detta piazza & la Rocca, dove hora stanno i Signori conservatori; il quale non paltro fu ritrovato, se non che col beneficio di quella franchigia & sicurezza s’hauesse da accrescere maggiormente il numero degli habitatori insieme con la grédezza della citta. Ma essendo il detto Asilo doventato in breve tempo un refugio a tutti gli huomini di mala vita, & quasi una occasione di far grandissimi danni, si dice che p comandaméto di Augusto fu levato via, & digllo si fece vu témpio alla Dea della Misericordia.   

 

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